Un sindaco in mutande. Intervista a Luigi Lucchi

luigilucchiHa preso parte a una trasmissione in tv in boxer e fascia tricolore per far capire ai cittadini che “lo Stato ci lascia in mutande”. Ha scritto, protestato, manifestato contro l’aumento della pressione fiscale che trasforma i sindaci in gabellieri. E’ Luigi Lucchi, il sindaco di Berceto.E secondo lui in questo modo non si può più andare avanti.

di Massimo Nardi          da: http://www.ilcambiamento.it/

Scriveva Jack Kerouac nel libro On the Road: “Per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo…”. Luigi Lucchi lo fa ricordare; lui è sindaco a Berceto, un Comune nella provincia di Parma. Ha partecipato alla trasmissione Piazza Pulita in mutande e con la fascia tricolore a tracolla; ma non ci si deve lasciare ingannare, lui è lucidissimo. Con piglio deciso e naturale, esternava, da una balconata di fronte a Corrado Formigli, tutto il suo disappunto nei confronti della Tares che, affermava, «avrà effetti superiori all’Imu e ci lascerà tutti in mutande». Un pazzo? Un esaltato? Uno che vuole solamente mettersi in mostra? A sentirlo parlare, soprattutto alla luce degli ultimi fatti politici, sembrerebbe il contrario. Ovvero un uomo, un sindaco, che pur di farsi ascoltare, arriva a gesti stravaganti. Se si pensa che è un montanaro e che è stato eletto nel 2009 a capo di una lista civica dal nome “Idee e Tenacia”, qualcosa forse lo si poteva intuire…………………
Sindaco Lucchi, ha lanciato l’iniziativa per difendere il Comune di Berceto contro i “furti legalizzati” da parte dello Stato. Di cosa si tratta?
«Li definisco così perché sono furti permessi dalle leggi dello Stato, il quale preleva pesantemente soldi dalle casse dei singoli Comuni, e di conseguenza, dai singoli cittadini. I quali, pagando le tasse, sono convinti di aiutare il proprio comune e di vedersi garantiti i servizi necessari. Ma così non è, perché quei soldi vanno direttamente allo Stato. Io mi imbufalisco di fronte a questa situazione: vorrei ci fosse una maggiore informazione a tal riguardo».
Lei elenca i conti che i bercetesi hanno pagato allo Stato: 1.818 euro negli anni passati, 1.092 solo nel 2013. Conferma queste cifre? E, soprattutto, come ci è arrivato?
«Prima del 2012, anno in cui l’ingordigia dello Stato è arrivata a prelevare sostanziose risorse dalle tasse e imposte comunali (50% dell’Imu sulle seconde case più il 100% sui fabbricati di categoria D, quelli produttivi) lo Stato, nel silenzio assordante di tutti, a volte anche con plauso, impediva ai Comuni, andando contro la Costituzione, di gestire i servizi, obbligando a formare consorzi e carrozzoni pubblici di secondo grado. Per Berceto lo è stato per la gestione del sistema idrico integrato e della raccolta per lo smaltimento dei rifiuti. Oltre ad accrescere a dismisura le bollette, anche del 350%, peggiorando addirittura i servizi, questi carrozzoni hanno sottratto 4.000.000 di euro direttamente dal bilancio comunale».
Ha detto che vuole fare causa allo Stato. Già l’anno scorso, di questi tempi, aveva minacciato di presentarsi in mutande con la fascia tricolore davanti al Quirinale. E lo ha fatto alla trasmissione televisiva Piazza Pulita. Pochi mesi fa ha sostituito nel suo ufficio la foto di Giorgio Napolitano con quella di Papa Francesco. Crede che queste iniziative portino ad una maggiore attenzione sul Comune di Berceto e, più in generale, sulla crisi economica che stiamo vivendo?
«Sono iniziative, le mie, da disperato. Sono circondato da muri di gomma. Nessuno vuole sapere. Nessuno vuole conoscere i fatti e le cifre. La politica è assente. Il Parlamento non è interessato ai problemi locali dei singoli Comuni; la Regione è lontana e vuole salvaguardare solo sè stessa, con tutti i privilegi, le spese pazzesche e gli sprechi. Le Province, che avrebbero un ruolo determinante,  dal novembre 2011 sono state delegittimate dal decreto Monti. Mi sento come un “profeta” che urla nel deserto. Ho solo il potere farmi sentire. Niente più».
Difende le Province. Ma non le sembra che facciano parte proprio di quei carrozzoni burocratici di cui parla? Una loro abolizione potrebbe essere l’inizio di un risparmio di soldi da parte dello Stato…
«Le Province, almeno quella di Parma, pur potendo funzionare meglio, aiutavano e molto i Comuni. Ora se ne sente la mancanza per le condizioni delle strade, delle scuole, dello “sparpagliamento” delle singole iniziative comunali. Ho sempre elogiato l’utopia ma combattuto la demagogia. Adesso i  politici di turno vogliono lisciare il pelo alla bestia (noi cittadini) e vogliono farci credere che con l’eliminazione delle Province diventeremo tutti benestanti. Ma non sarà così. Non solo. Si paventa la possibilità di creare le città metropolitane (altro carrozzone), governate da persone non elette dai cittadini. Il solito gesto da società decadente che ha paura delle persone elette dai cittadini e vuole accentrare i poteri in poche mani».
Lei afferma di essersi trasformato da sindaco a gabelliere per conto dello Stato, aguzzino nei confronti dei cittadini. Troppa burocrazia, troppe tasse, troppo di tutto. Qual è, secondo lei, la soluzione per migliorare lo status quo?
«Deve tornare la politica, quella vera. E deve ripartire solo dai Comuni. Dai Sindaci. Dalla loro forza di cambiare le cose. Smettendo però di essere accondiscendenti nei confronti dello Stato; e abbandonando la figura di macchiette, buone e belle solo per celebrare matrimoni o tagliare nastri. I sindaci possono ridurre la burocrazia e gli sprechi. Sono gli unici a poterlo fare».
Lei ha scritto anche al Ministro della Giustizia per chiedere che si possano impiegare i detenuti per azioni di prevenzione contro il dissesto in Appennino. Ci parli di questa iniziativa.
«Se solo si affrontasse il problema, potremmo risolvere tante cose, ma neppure l’amica ministro Anna Maria Cancellieri vuole provare a percorrere questa strada. Il progetto è semplice: con la stessa spesa di oggi, se non addirittura minore, lo Stato manterrebbe la popolazione carceraria cercando, come vuole la Costituzione, di redimerla e  d’inserirla, e bene, nuovamente nella società. Inoltre non ci sarebbero carceri affollate né multe da parte dell’Unione Europea. Nel contempo torneremmo a salvaguardare il territorio montano dal dissesto idrogeologico e preserveremmo anche il nostro paesaggio e le biodiversità. Tutto molto semplice per uno Stato burocratico e sprecone. Nonostante non veda l’intenzione di cambiare, io non abbandono l’idea. Anche perché vedo con dolore che l’Appennino si sfalda sempre più».
Poi la sua “lettera contro l’ozio” distribuita ai ragazzi di Berceto.
«Anche se protesto, cerco comunque di far conoscere le cose, chiedo aiuto a tutti, e ritengo che la colpa di tante cose sia la mia. Ma anche di ogni singolo cittadino che compie il peccato più odioso: il reato di omissione».

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1 comment to Un sindaco in mutande. Intervista a Luigi Lucchi

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