fonte: http://www.tnepd.com

“Il destino guida chi lo accetta

e trascina chi è riluttante.”

Seneca

Pre scriptum

Seneca

Questo post è lungo, complicato e – oltre al resto – contiene risposte implicite a domande implicite,

quindi ne sconsiglio la lettura a chiunque non pensasse di averlo, anche incosapevolmente, provocato.

 

Prologo

Non sono abituato a ricevere elogi. Il primo ed ultimo a cui credetti ciecamente e di cui ho un vago ricordo è un “Ma che bel pisellino!” che accompagnava il maneggio nel mio glabro bassoventre di una vecchia con la faccia di Golda Meir. Io, ai primi mesi di vita, non ero ancora in grado di reagire come avrei dovuto. E temo di non esserlo neppure ad oggi – vuoi per quello shock, vuoi per l’assenza di occasioni – benché mi sforzi di gradire.

Ad esser sinceri, anche in seguito ricevetti complimenti simili al primo e per un po’ apprezzai pure quelli, almeno finché non mi resi conto che ad un’ottima trombata non serve aggiungere commento. Non essendo del tutto ben riposte, dunque, quelle repliche non fanno testo. I commenti ai post, invece, sono ben accetti nonostante mi lascino interdetto proprio quelli a cui non si può che reagire ringraziando…………………………..

 

Parentesi

[Per disincentivare i commenti elogiativi, apro quindi una parentesi dedicata a chi è sciolto da una relazione vincolante di reciproca monogamia. Una parentesi per i singles, diciamo. Per partito preso mi rivolgo ai maschietti (che vivono nel presente e nel futuro), ma anche una femminuccia, con un piccolo sforzo, può rivisitare il testo a sua misura se non s’accontenta d’origliare. Gli altri possono cominciare ad applaudirsi sulle orecchie gridando “Ah!”, come al solito.

Non essendo persona che cataloga a certificati e carte bollate, anzitutto voglio precisare che per me uno è single quando si sente libero di ciulare con chi gli pare. Si può dunque essere single ed essere sposati o al contrario essere votati ad una sola partner ideale senza neppure conoscerla.

A proposito di parole, ciulate e misconoscenza, a mio modesto avviso, meno si parla e meglio è, sia prima che dopo. Non a caso, non v’è nulla di più eccitante che trombare con una sconosciuta, a maggior ragione con una di cui non si conosce neppure la voce.

Che poi è quello che cercano gli scambisti nelle dark-rooms e quello che trovano i vecchi bavosi in grembiulino nei loro festini pseudo-satanici. I primi si scambiano le mogli – sempre che di mogli si tratti – i secondi assumono una dozzina di zoccole e se le chiavano. Polli, musica e candele fanno da contorno ma il succo è quello. Qualcuno li chiama pretenziosamente riti, allora si riunisce in una grande sala rivestita di tendoni in velluto rosso, indossa tenebrosi cappucci neri, sgozza un paio di galli su un altare di pietra nel macabro vibrare di canne d’organo e poi… tromba. Qualcuno, più modestamente, li chiama bunga bunga (o burlesques) e con la scusa di una grigliata di pollo, circuisce una manciata di mignotte, le porta nel seminterrato, le fa ballare attorno al palo travestite come a carnevale, talvolta ci scappa persino il karaoke, e poi ovviamente… tromba. L’obiettivo è sempre lo stesso: trombare più fica buona arrivi a tiro, possibilmente carne fresca, se non addirittura primizie.

In passato mi sono occupato della faccenda con discreta costanza, pur non avendolo mai considerato un obiettivo primario, ma il destino mi ha sorriso ed in seguito mi sono ravveduto. Oggi, ormai sazio, penso che qualunque moderno single dovrebbe mettere in cima alla ‘lista delle cose da fare’ l’obiettivo di raggiungere la propria soddisfazione sessuale, qualitativamente e quantitativamente parlando. Se nell’emisfero boreale fosse un obiettivo condiviso da maschi e femmine, vivremmo in un mondo migliore. Tra l’altro non c’è ragione che non lo sia. Trombare è divertente, fa bene alla salute, emoziona e rilassa. Trombare non ha controindicazioni.

Paura di beccarti lo scolo? Mettiti il goldone.

Ora i miei detrattori benpensanti stanno già ipotizzando che io voglia fare il figo e sottointendere che Prepuzio e tutti gli altri compassati grembiulinati sono costretti a pagare fior di quattrini per scopare mentre io no. Mica vero. Tutti paghiamo per le nostre ciulate, talvolta col vil denaro, tal altra in termini relazionali, o emozionali. A meno che tu non voglia avvalerti del peso di una tonaca – nel qual caso può bastare una lecca lecca e un’avemaria – o di altri privilegi di casta, se ambisci al massimo risultato numerico col minimo sforzo mentale, le banconote fruscianti sono l’opzione migliore.

Il buon vecchio ‘andare a puttane’, tanto vituperato dalla demagogia nostrana, in questa società è l’unico appiglio a cui un maschio nell’esercizio delle sue funzioni può aggrapparsi per soddisfare la sua naturale necessità di collezionismo sessuale. Ciascuno, chi più chi meno, ha un target di vittime impiantato nel DNA e non credo ci sia verso di giungere a sazietà senza andare a puttane. Ma ci sono puttane e puttane. Il segreto sta nel riconoscere quelle che amano il mestiere che fanno. Sono splendide, empatiche, non fanno casini e se sei a corto di grana ma simpatico ti fanno lo sconto. Tutto sta a riconoscerle in mezzo alle altre, ma con un pò di pratica ci si fa l’occhio. Se uno vive in un posto in cui non esistono persone così, deve assolutamente traslocare.

Detto questo – e realizzata la necessaria scrematura – posso chiudere la parentesi e tornare a dedicarmi all’argomento principe di questo blog, ossia all’osservazione del merdaio in cui voi siete immersi fino al collo.]

 

Post

Leggendo tra le righe di messaggi quasi subliminali che necessitano d’un fiuto e di un’attenzione non comuni per esser recepiti, mi perviene alle nari l’acre olezzo di un dubbio che non dovrebbe sussitere, ma tant’è, occupiamocene per la gioia di grandi e piccini. Dunque la domanda che si pone è questa: “In ultima analisi, i reggenti mi vogliono fottere oppure questo calvario è a fin di bene?”

La metto giù biecamente a ragion veduta, perché talvolta la questione viene tradotta anche all’acqua di rose: “Se fossi io, il padrone del mondo, procederei sulle medesime orme dell’attuale reggenza oppure no?”

Sovrapporre le due domande è, a mio avviso, un errore. Anzi, dirò di più, entrambe le domande sono sbagliate di per sé.

La prima perché cova la speranza che tutto il baraccone sia gestito a mio beneficio o comunque a beneficio di una categoria di persone rintracciabile tra le fila dei dominati e non dei dominanti. Porsi questa domanda significa premettere l’idea che l’élite reggente (a che livello poi?) consideri le masse (ed i singoli individui che le compongono) come fini del suo operare e non come risorse di cui approfittare. E’ come dire che quello della banca virtuale, quello tutto intorno a te, che però sta ai Caraibi a fare i cerchi nella sabbia col bastone, ha a cuore gli interessi dei suoi correntisti o dei suoi dipendenti. Del tutto inverosimile.

D’altronde, se la domanda fosse corretta non saremmo qui a parlarne perché, se il loro obiettivo fosse stato fotterci, ci avrebbero già fottuti da un pezzo: la parte umana è sempre meno essenziale all’economia del sistema, per non dire che ormai può dirsi superflua. Se invece il fine fosse stato farci evolvere spiritualmente (esiste altra evoluzione?), non avrebbero sudato tanto per ridurre il 99% della gente alla condizione di larva teledipendente del tutto ignara del mondo in cui vegeta e presuntuosamente indifferente al porcaio che la circonda.

Ciò non toglie che qualche singolo sparuto possa approfittare della situazione per apprendere più di quanto non accadrebbe in un mondo meno caotico, ma da lì a pensare che la spinta propulsiva delle azioni di ‘quasi tutti’, benché eterodiretti, sia la volontà ultima di dare a quattro liberi pensatori un’occasione di apprendimento o di redenzione ce ne passa. E’ una versione evoluta del vittimismo servocentrico tipico dell’elettore moderno, ottenuta sostituendo Bersani e la Camusso con i Rothschild e gli arcangeli gabrielli extraterrestri. Tutti potenzialmente buoni agli occhi di chi spera che le élites (di basso o alto calibro) operino a beneficio delle masse o quanto meno a beneficio suo.

Se tutto questo macello non è lì né per il ‘bene’ né per il ‘male’ dei quattro criceti che hanno capito che la ruota gira ma non si sposta, evidentemente è lì per altre ragioni. Vediamole.

Riallacciandomi alla seconda formulazione citata, va definita una premessa in merito all’arbitrio nella scelta dell’obiettivo, traducibile con un’altra domanda: “La storia è già scritta oppure no?”

Sappiamo che il tempo è un asse virtuale su cui (a saperlo fare) ci si può muovere avanti e indietro a piacimento. Per capirci: partendo adesso ad osservare il futuro, posso vedere quello che accadrà nei prossimi anni, o secoli, perfettamente stabilito da tutti gli eventi attuali; posso vedere il futuro di questo presente, insomma. Se osservando quel futuro mi accorgo che sono stato una nullità per tutta la vita, quando torno indietro corro ai ripari, mi attivo per cercare di produrre i maggiori cambiamenti possibili al mio destino. Fatto questo, posso partire di nuovo ad osservare il futuro, augurandomi che le cose, per quanto mi riguarda, siano cambiate in meglio. Di sicuro saranno cambiate.

Questa pratica, a ben vedere, è accessibile a chiunque, benché in dosi differenti. Tutti, chi più chi meno, modelliamo le nostre scelte in funzione di un’aspettativa futura. L’abilità di prevedere (ossia di vedere il futuro) può essere mentale, ossia razionale; oppure istintiva, ossia emozionale; oppure cosciente (affidabile al 100% ma alla portata di pochisssssimi esseri umani).

Per quanto riguarda il passato le cose si complicano e per ora soprassediamo visto che non c’è da preoccuparsene.

Dunque sappiamo che il futuro si crea ad ogni presente e che quindi, nel nostro piccolo, abbiamo tutti modo di metter becco nella creazione del futuro. Ma c’è becco e becco.

Il becco di un blogger può essere affilato quanto si vuole, ma resta un becco solo, il suo effetto sul modellamento del futuro collettivo è irrisorio. A maggior ragione considerando che per condizionare il futuro collettivo non è sufficiente convincere un gran numero di persone della bontà delle proprie opinioni (anti-sistema) ma anche riuscire a stimolarle a compiere azioni tangibili in quella direzione. Una mission quasi impossible, credetemi.

Per questo insisto nel sottolineare che il futuro su cui lavorare è il proprio, quello individuale, quello su cui – soltanto a volerlo – si può avere voce in capitolo. Già solo occupandosi del proprio, tuttavia, si rischia di mettere a repentaglio quello altrui. Se l’equilibrio dinamico del tutto ha un qualche fondamento, il mio progredire corrisponde al regredire di qualcun altro. Anche per questa ragione ho fatto mia la scelta dell’astensione. Astensione dai meccanismi della società globale, per proteggermi dal sistema, ma anche astensione dal voler raggiungere una grande audience (prodromo del ‘voler cambiare il mondo’), per proteggermi dalla vanità, ed anche – per quanto possibile – astensione dalle interazioni sociali superflue nella mia quotidianità, per proteggere il mio umore e chi mi è caro. Quest’ultima forma d’astensione è stata agevolata dal raggiungimento del target numerico di cui parlavo tra parentesi.

Insomma, da una parte ci sono quelli che pigolano di voler salvare l’umanità, dall’altra quelli che s’industriano per distruggerla. In mezzo ci sto io con un obiettivo meno ambizioso: evitare il contatto con entrambi, in altre parole: salvarmi le chiappe.

 

Chiappe di prim’ordine

Un tempo aggiungevo anche l’anima alle cose da salvare, poi ho capito che quella è molto più avanti di me ed è salva da un pezzo. Così adesso tutta la mia attenzione può concentrarsi su un solo obiettivo: le mie chiappe.

“Perché un obiettivo così modesto?” mi dirai. Anzitutto perché ci lega un rapporto di reciproca stima ed ho capito che sono e sarò sempre l’unico ad averle davvero a cuore; e poi perché il destino mi ha trascinato in questa direzione finché non mi ha convinto.

Disgrazia vuole, infatti, che i reggenti non umani di questo bel pianeta chiamato Terra – oltre a disporre di risorse sproporzionate rispetto alle mie – siano anche in grado di viaggiare nel tempo esattamente nel modo descritto pocanzi. Per questo realizzano eventi simbolici ad hoc canalizzati ed interpretati dai grandi media a ‘maleficio’ di tutti. Lo fanno per creare shocks emotivi ad ampio respiro che rimodellano il futuro delle masse benché queste ne siano inconsapevoli. Affondamenti di grandi navi, catastrofi, guerre, rivoluzioni, attentati, omicidi rituali e via discorrendo hanno sicuramente conseguenze a breve termine percepibili da quasi tutti, ma hanno soprattutto la funzione di tenere il corso degli eventi nella carreggiata prediletta dai reggenti.

E’ poi mia opinione, come lo era di Seneca, che il canovaccio della storia non sia stato scelto neppure dai reggenti ma sia un iter archetipico universale all’interno del quale, chi decide di farlo, può al massimo approfittare del succedersi delle circostanze. I reggenti di alto rango, in quest’ottica, hanno un vantaggio competitivo enorme su tutti gli altri: sanno come andrà. Per questa ragione intervengono nelle fasi eclatanti dell’umanità come l’attuale, più che in altre.

Loro operano su scala globale con l’ausilio di un’esercito di servi accondiscendenti e di idioti, noialtri ‘intellettualmente ribelli’ possiamo al più operare su scala individuale. Il difficile è farsene una ragione.

Se un individuo comprende davvero il sistema – ossia l’organizzazione del potere scelta dai reggenti per portare il destino a compiersi – e lo rifiuta, deve altresì accettare che non ha alcun senso lamentarsi e nemmeno ribellarsi al suo interno, specialmente a livello micro ove a chi soccombe non è concessa nemmeno la gloria. Rifiutare il sistema è possibile, rifiutare il destino no. O collabori o ne esci, tutto il resto sono sforzi vani ed in ultima analisi controproducenti anche se lastricati di buone intenzioni. [A tal proposito si leggano le dichiarazioni demenziali della gattara amica di ALF la quale da una parte raccoglie i gatti dalle strade ma dall’altra li mette in gabbia, li microchippa, li castra e li nutre con le scatolette dell’hard discount. Belata ignoranza.]

La ribellione intellettuale, invece, ha da sempre assunto per i più la forma tipica delle seghe mentali, utilissime finché collaborano a sviluppare consapevolezza ma capaci in seguito di trasformarsi in una palla al piede in grado di impedire anche ai più intelligenti di tradurre la teoria in fatti.

Della palla ci si libera liberandosi dell’orgoglio che ci fa credere di poter influenzare il destino comune dell’umanità, un obiettivo presuntuoso che molti invece si pongono ad oltranza per non dover affrontare sfide personali davvero realizzabili e temute in quanto tali.

Così finisce che nessuno cambia più nulla né a livello macro, né a livello micro. I più per ignoranza o paura, altri per indifferenza e qualcuno – pur intelligente ed intellettualmente ribelle – per mancanza di volontà, o d’umiltà.

 

Extreme blogging

Pensare in grande va bene, ma per farlo bisogna esserci.

Se una ribellione è possibile, lo è a chi impara a destreggiarsi sull’asse del tempo e ad essere imprevedibile, anche nei confronti di sé stesso, su quelli dello spazio e dell’energia.

Che tradotto significa aprire un atlante al paginone dell’emisfero australe (spazio), prestar fede al proprio inconscio, alzarsi dalla sedia, raccogliere la valigia e partire (energia).

Prima che sia troppo tardi (tempo).

 

Post scriptum

  1. Se scegli la Siria sei sulla pagina sbagliata, per fortuna. Fai un secondo tentativo.
  2. Grazie per gli elogi, ma temo siano controproducenti.

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