American Sniper: l’industria della propaganda

Da: luogocomune.net

di Fefochip

Di recente sono andato a vedere American Sniper. Lo so cosa state pensando: ma chi te lo ha fatto fare?

Che vi devo dire, ormai non vedo più i trailer altrimenti mi brucio i film, le recensioni sono inaffidabili e purtroppo anche le opinioni degli amici lasciano molto a desiderare. Fatto sta che un pò per uscire di casa, un pò per dare la possibilità a un film americano di sorprendermi, ci sono andato.

Il film è iniziato ponendo subito il protagonista in un dubbio amletico: che faccio, ammazzo un bambino se sta per lanciare una bomba sui miei compagni? Il regista, furbo come una faina, fa un flashback per farci capire come il protagonista sia finito in quella situazione di merda.

La storia del protagonista non può che essere quella del più banale cowboy bisteccone che, visto che la sua vita è la quintessenza della mediocrità, si arruola per servire la Patria. Gli fanno il solito training che piace tanto agli ammericani, dove tra una flessione e una vessazione del sergente-tanto-cattivo si forgiano i veri uomini (sembrano riecheggiare nelle nostre orecchie le parole del celebre sergente inquadratore: dal Texas arrivano solo tori da monta o froci no?).

Arriva l’11 settembre e quindi il protagonista, un super-cazzuto Seal tiratore scelto, parte per l’Iraq.

Il flashback finisce, il regista ci riporta al presente, e vediamo che il ragazzino è armato dalla mani della madre (?) con una bomba…………….

Il nostro eroe lo stende con un colpo che piace tanto ai ragazzini in sala (poi affrontiamo l’argomento). La madre corre verso il corpo del bambino per cercare di lanciare la bomba verso la colonna di Marines che stava avanzando, ma il nostro eroe da lontano la fredda prima che riesca a lanciare la bomba.

Il fetore di propaganda comincia ad alzarsi quasi subito, insopportabile. Il regista, oltre a decidere che non vale la pena esplorare cosa mai possa convincere una madre ad armare la mano del proprio figlio con una bomba, spedendolo verso morte certa, contemporaneamente lancia un messaggio di un’ipocrisia mastodontica: prima di sparare il protagonista sente per radio la centrale che gli comunica che “deve valutare lui la situazione se sparare o meno”, e il collega gli dice che “sono cazzi suoi se sbaglia”. Ma sbagliare cosa? Il regista ci vuol vendere questa fesseria a cui forse hanno creduto solo i bambini di 10 anni presenti in sala, ovvero che se valutava male e sparava a un civile disarmato avrebbe affrontato un processo e un giudizio.

Insomma, i buoni sono martoriati dalle responsabilità morali e penali, ma non si fanno fermare nel fare il loro dovere anche se devono uccidere un bambino perchè sono cazzutissimi, mentre i terroristi sono disposti a sacrificare i propri figli per fare vittime.

Così inizia la carriera di questo Seals divenuto poi una “leggenda” perchè è quello che farà fuori più nemici di tutti. C’è la caccia ai cattivi senza quartiere. I buoni rispettano sempre le loro regole, e solo se uno è cattivo gli sparano o lo costringono a collaborare, mentre i cattivi mozzano teste, trapanano bambini, squartano i nemici catturati. L’unico lusso che si concede il regista nel narrare una presunta umanità dall’altra parte, è quando fa vedere che anche il cecchino nemico ha moglie e figlio (come il protagonista), ed è cosi bravo perche era un campione olimpico di tiro al bersaglio prima della guerra (sono due inquadrature di numero).

Il film procede raccontando di un personaggio che piano piano perde la sua umanità, rimane sempre più sconvolto ed ha una moglie che gli dice “non ho più mio marito!” Ma che succede al personaggio poverino? Ha una crisi di coscienza? Macchè! Lui si sente in colpa perche non riesce a salvare più Marines coprendogli le spalle con il suo cecchinaggio. Il classico “scemo de guera” malato di delirio di onnipotenza.

Vedendo il protagonista sempre piu schizzato, dopo il ritorno da una missione, lo spettatore spera in una svolta morale del film, in una resipiscenza del protagonista, in una tensione morale contro la guerra.

Niente di niente, il suo unico problema è vendicare i compagni morti (naturalmente a nessuno viene il sospetto che non ci sarebbe stato nulla da vendicare se non fossero andati in Iraq in primo luogo, visto che gli attentatori dell’11 settembre, secondo le fonti ufficiali, erano quasi tutti sauditi).

Il film finisce, inutile come la storia di questo povero demente manipolato dalla propaganda del suo paese, che muore per mano di un commilitone che gli spara – non si capisce se per sbaglio o meno – in un poligono di tiro, una volta rientrato dalla guerra.

Messaggio del film? Boh, forse che i cattivi sono cattivi e i buoni sono straziati non tanto per quello che fanno – dato che uccidere i cattivi è cosa buona e giusta – ma solo perche anche i buoni ogni tanto schiattano e soffrono pure loro, “ma questo sporco lavoro qualcuno lo deve pur fare”.

Al di là della becera propaganda, sono stato schoccato soprattutto dalla presenza di tantissimi bambini in sala.

Questo è un film crudo, piatto, quasi un videogioco fortemente simulativo, nel quale ti ritrovi immerso a 360°, senza più alcun parametro di tipo morale. Non li capisco questi genitori, cosa vogliono insegnare ai loro figli? Perche gli mettono in testa scene orripilanti come queste (oltre che cariche di una propaganda puzzolente e maleodorante)?

Fefochip

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